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SIAMO CIO’ CHE MANGIAMO – TUTTO VERO

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Siamo quello che mangiamo? Certamente sì. L’alimentazione è un aspetto fondamentale della nostra vita e, in un certo senso, quello che mangiamo determina chi siamo. In base al tipo di alimentazione che seguiamo, infatti, possiamo avere (o non avere) problemi importanti per la salute. La giusta alimentazione può incidere molto sulla nostra vita e determinare il nostro futuro. Per questo quello che mangiamo rappresenta il nostro stile di vita ed il nostro modo di vivere. Una vita sedentaria ed una alimentazione eccessiva possono creare notevoli problemi. Anche se si dice che “grasso è bello”, in realtà una alimentazione scorretta ed il sovrappeso sono problemi da non sottovalutare.
La giusta alimentazione aiuta a vivere meglio. Offre quindi l’opportunità al nostro corpo di sfruttare le proprie potenzialità nel migliore dei modi. Per questo l’espressione “Siamo quello che mangiamo” rappresenta correttamente il nostro essere. Siamo come una casa: ognuno può arredarla nel migliore dei modi, ma qualsiasi eccesso (nel bene e nel male) può diventare negativo. Allo stesso modo, eccedendo nell’alimentazione, mangiando troppo o troppo poco, potremo avere molti problemi. Non sempre, però, si dà il giusto peso all’alimentazione.

Mangiare viene visto come qualcosa di necessario, ovviamente, ma allo stesso tempo non si fa attenzione a quello che si mangia. Un panino mangiato velocemente, un eccesso di grasso, i cibi fritti. Tutte cose che si dovrebbero evitare. Bisogna prediligere i cibi sani per far in modo che il nostro organismo possa funzionare correttamente. Senza diventare schiavi delle diete, ma imparando a mangiare. Ogni tanto uno strappo alla regola ci può stare, ma deve essere un caso isolato, non l’abitudine.

Forse per arrivare alla corretta alimentazione, però, bisognerebbe cambiare il contesto sociale in cui viviamo. Dire basta alla vita frenetica, che ci impone la fretta e ci impedisce di mangiare in tranquillità o di dedicare il giusto tempo alla preparazione di cibi sani. Dare maggiore peso alla colazione, perché serve ad iniziare bene la giornata. Tutti piccoli passi che si devono compiere per far in modo di rappresentare nel modo migliore ciò che mangiamo e che, quindi, siamo.

LIBRI. STORIE DELLA BUONANOTTE PER BAMBINE RIBELLI

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Arriva anche in Italia Storie della buonanotte per bambine ribelli, 100 storie vere di donne che ce l’hanno fatta. Un libro illustrato che insegna alle piccole lettrici che è possibile realizzare i propri sogni, a prescindere dal genere di appartenenza.

Venduto in Gran Bretagna, Germania, Brasile, Turchia, Polonia, Messico, Olanda, Thailandia, oggi è stato tradotto il 12 lingue.

Il progetto, nato da Elena Favilli e Francesca Cavallo, ha una storia particolare: è uno dei libri più finanziati nella storia del crowdfunding. L’idea infatti si è sviluppata grazie al supporto di tante persone che hanno finanziato il progetto su Kickstarter (un sito web di finanziamento collettivo per progetti creativi) da aprile 2016, fino all’ottobre dello stesso anno. Durante i sei mesi è stato raccolto oltre un milione di dollari da 70 nazioni diverse, che ha permesso la realizzazione della versione americana del libro, pubblicata a novembre 2016 e che ha venduto 90.000 copie.
Ora il libro arriva anche nelle librerie italiane con lo scopo di raccontare alle bambine, ma non solo, le storie di donne che si sono distinte e hanno lasciato il segno in diversi ambiti, dai diritti civili allo sport, passando per la scienza e la letteratura.

Un esempio importante per l’empowerment femminile che inizia già in tenera età: scoprire che si possono seguire i propri sogni e che è possibile realizzarli è una lezione che serve ancora oggi, nonostante i progressi che si sono fatti negli ultimi anni per quanto riguarda la parità di genere. Secondo recenti ricerche infatti, le bambine fin dalla scuola media iniziano a perdere fiducia in se stesse. Ecco perché essere esposte molto prima a una narrazione diversa della femminilità è fondamentale. I libri per i più piccoli sono ancora pieni di stereotipi di genere. I genitori non possono fare molto, anche se sono preoccupati e vogliono far crescere i loro bambini con storie che propongono modelli femminili moderni: è per loro che stiamo creando questo libro. Così Elena Favilli e Francesca Cavallo raccontano Storie della buonanotte per bambine ribelli, diventato un caso editoriale.

Leggere le storie di donne che ce l’hanno fatta, anche in epoche ben più ostili della nostra, nonostante gli ostacoli della vita, è una lezione che resta nella memoria delle bambine, ma anche delle lettrici più grandicelle. Tra i personaggi raccontati nel libro ricordiamo la scrittrice Astrid Lindgren, autrice di Pippi Calzelunghe, la pittrice Frida Kahlo, il Premio Nobel Rita Levi Montalcini, il soprano Maria Callas. E poi sportive come Misty Copeland e personaggi dell’antichità, tra cui Ipazia, matematica, astronoma e filosofa della scuola neo-platonica ad Alessandria D’Egitto.

Educare contro gli stereotipi di genere fin dall’infanzia, fin dai banchi di scuola è un passo fondamentale per la parità tra i sessi e per poter vincere la battaglia contro la violenza di genere, purtroppo ancora profondamente radicata nel nostro Paese. Le bambine devono crescere con la consapevolezza che potranno diventare da grandi ciò che vorranno, se ci metteranno impegno e determinazione. Devono sapere che valgono qualcosa a prescindere dalla capacità di sedurre e dalla taglia del loro vestito. Non devono per forza vivere all’ombra di un uomo ma possono stare accanto a lui, alla pari pur nella bellezza della loro diversità, facendo avverare sogni e progetti che un tempo venivano percepiti come adatti solo ai maschi, siano essi andare nello spazio, studiare le stelle, occuparsi di politica o dirigere una grande azienda.
– Alle bambine ribelli di tutto il mondo: sognate più in grande, puntate più in alto, lottate con più energia. E, nel dubbio, ricordate: avete ragione voi –

 

Le autrici:

Elena Favilli è una giornalista-imprenditrice. Laureata in Semiotica all’Università di Bologna, ha studiato Digital Media a Berkeley, California.
Francesca Cavallo è autrice e regista di teatro. Esperta d’innovazione sociale, ha fondato Sferracavalli, festival internazionale d’immaginazione sostenibile.

Trasferitesi a San Francisco, il loro progetto di startup, che in Italia aveva ricevuto numerosi apprezzamenti ma pochi finanziamenti, è stato incluso nell’incubatore di 500 startups di DaveMcClure: il primo finanziamento contava 600mila dollari ricevuti da investitori italiani e americani. Ciò ha consentito a Elena e Francesca di fondare nel 2012 Timbuktu Labs, che crea prodotti innovativi per bambini.

 

 

 

Le 10 frasi tipiche delle persone passivo-aggressive

Il blog di Marilena Facci

passivo aggressive Conoscete una persona che un giorno è amichevole ma il giorno dopo è musona e ostile? C’è qualcuno nella vostra vita che vi rivolge complimenti che percepite come ambigui, oppure che vi riserva frasi pungenti e sarcastiche trincerandosi poi dietro ad un poco credibile “sto scherzando”? Un vostro amico o familiare ha l’abitudine di mostrarsi verbalmente d’accordo con ciò che gli viene chiesto, per poi procrastinare, sabotare indirettamente quanto stabilito o fingere di dimenticarsene? Oppure vi ritrovate in qualcuna delle modalità appena descritte?

Se avete risposto SI’ a qualcuna di queste domande, molto probabilmente state interagendo con una persona passivo-aggressiva, o mettete voi stessi in atto comportamenti passivo-aggressivi.

Cosa si intende per comportamento passivo aggressivo?

L’aggressività passiva fa riferimento ad una modalità di esprimere rabbia e ostilità indirettamente, cioè ferendo gli altri senza apparentemente fare nulla. Essa può esprimersi in vari modi: complimenti ambigui, sarcasmo, eccessive dimostrazioni di interesse…

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I maschi gay dovrebbero praticare la castità.

 

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…. e le donne dovrebbero smettere di fingere orgasmi che non esistono. Cosa c’entra l’amore con il desiderio, il sesso, la comunicazione? Forse dipende da quel vuoto che ci portiamo sempre dentro. O forse è nel desiderio di possedere che si dischiude il senso delle nostre vite.

Facciamo ordine e cominciamo dicendo che la sessualità è solo tra maschi e femmine, mettere il pene in una donna è sesso. Mettere un pene in un ano non lo è. La sessualità è il modo della biologia per creare le generazioni successive attraverso l’incontro tra gameti femminili e maschili. Dove non c’è l’incontro di gameti non può esserci sessualità.

L’ano fa parte del tubo digerente, creato perché passino le feci dall’interno all’esterno, la vagina è stata creata per essere penetrata , ci sono strati di ghiandole che producono molto lubrificante, c’è una sottomucosa, vasi linfatici che proteggono da batteri , virus ecc

La vagina si dilata per far entrare un pene o partorire ma il retto non ha la funzione di ricevere qualcosa, ma solo di espellerlo, è un riflesso naturale dei muscoli.

Madre natura non ha previsto che l’ano sia penetrato, nell’ano la mucosa è sottilissima e si può lacerare facilmente, ci sono vasi emorroidali molto fragili. Vogliamo elencare i danni causati dalla penetrazione? Fistole, ascessi perianali, ragadi, incontinenza anale.

NELL’ANO NON ESISTE L’ORGANO DELL’ORGASMO.

L’omosessualità non è una condizione normale, ogni volta che il pene entra nell’ano provoca lacerazioni gravissime. Può l’unione gay che porta all’incontinenza essere considerata una forma di amore? Credo non sia così.

E poi ci sono donne che si fanno sodomizzare senza in realtà volerlo veramente, sopportano il dolore perché desiderano che l’esperienza possa essere piacevole per lui, convinte di farlo capitolare, conquistarlo come una vetta inviolata e conficcargli la bandierina nel ventricolo sinistro, legarlo come un salame e tenerlo per sempre.

MAGARI SONO POI UOMINI PROFONDI COME UN TREPPIEDI….

Resta il “gioco della porta posteriore”, un piacere per il cervello, le donne si sentono cattive ragazze pagando un prezzo incredibile( donne, amiche, che si recano dal chirurgo perché diventate incontinenti…)

Care Donne, il corpo umano è qualcosa di veramente affascinante, fonte di intensi piaceri e soddisfazioni sessuali, posti all’apparenza nascosti i quali possono rivelarsi motivo di grandi soddisfazioni non appena qualcuno inizia a stimolarli.

L’interno coscia, il naso, i capezzoli, l’ombelico, gli alluci, la zona dei reni, le orecchie, la nuca, il retro del ginocchio, il basso ventre, il cuoio capelluto… E LA MENTE!!!

AL MONDO ESISTE TUTTO purchè non nuoccia né a sé né agli altri. E se ritrovassimo la normalità delle nostre nonne?

“IL NARCISISTA SERIALE”

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Gli uomini che amano poco riconducibili alla categoria del “narcisista perverso” sono  tra quelli che procurano il maggior numero di sofferenze. Il narcisista perverso utilizza le donne come fonte di conferma di sé, le seduce e le lusinga e poi, quando sente che il si è creato un legame d’amore, tende ad abbandonarle. Le telefonate si diradano, le scuse con cui il narcisista perverso si nega diventano sempre più fantasiose e talvolta si fanno assurde. Egli cerca comunque di mantenere un’immagine pulita e positiva, e si concede di tanto in tanto pur di mantenere viva la dipendenza della partner.

Il vero problema del narcisista perverso consiste con ogni probabilità nella ricerca della donna perfetta. Perciò nessuna amante sarai mai abbastanza per lui, anche quando dovesse esaurire tutte le proprie energie nel tentativo di conquistarlo. La frustrazione di questi uomini che amano poco è continua e pressoché ininterrotta in quanto sono destinati a sentirsi soli in un mondo di aliene ammaliatrici e seduttive, dalle quali si sentono minacciati.

Le rare volte che il narcisista perverso entra in un rapporto durevole lo fa con grande slancio ed entusiasmo sopra la media, ma diventa in poche settimane algido e distante, si lascia andare a malumori che sfociano in veri e propri sfoghi di rabbia, e ha un atteggiamento ipercritico verso la compagna. “Devi dimagrire”, “Vai in palestra”, ” Quella camicetta ti sta male”, “Abbassa la voce, sei stridula”, ecc., sono alcune frasi tipiche di questi uomini. Seguono le “fughe”, appuntamenti mancanti, telefoni spenti e, dulcisinfundo tradimenti che però verranno sempre tenuti segreti.

L’ultima caratteristica del narcisista perverso è la sua riluttanza a chiudere definitivamente una relazione. Anche quando il rapporto viene cessato di sua iniziativa, egli finisce per cercare una qualche forma di contatto con le proprie vittime.

In ogni caso, per questi uomini che amano poco le donne sono solo pedine disposte sulla scacchiera di un gioco noioso.

Come riconoscere un narcisista perverso? Oltre allo smodato interesse per l’esteriorità propria e altrui, per gli status symbol e per il denaro, questi uomini si distinguono per il fatto che di propria iniziativa tendono a dare molto, sono generosi e disponibili (solo nella fase del corteggiamento, però, dopo diventato astuti nel rifiutare l’invio di un solo sms) ma si rifiutano di accontentare anche la più piccola richiesta. Quando gli viene chiesto di fare qualcosa (qualcosa che magari avrebbero comunque fatto spontaneamente) si irrigidiscono e trovano delle scuse per non eseguire ciò che a loro suona come un ordine, un tentativo di usurpare il loro “potere”.

Ciò che all’inizio della relazione ammalia le loro partner è proprio la tendenza a essere propositivi e fantasiosi; questo aspetto viene erroneamente scambiato per “amore” dalle ignare compagne. In realtà, l’eccesso di iniziativa è un modo per controllare e soggiogare l’altro (se propongo io, mantengo il controllo – tolgo a te degli spazi d’azione). Non è un caso che alla fine della storia le donne di questi uomini che poco “scoprano” di sentirsi  manovrate, maneggiate come burattini e avvertano di aver subito dei cambiamenti, compiuto delle rinunce di cui non si erano accorte al solo scopo di confermare il volere del loro compagno.

UOMINI MAMMONI

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Leggevo ieri che il Tribunale dello Stato Pontificio ha decretato che un matrimonio si può annullare se si denuncia che la famiglia di origine dei coniugi viene anteposta nei fatti al matrimonio attuale e sancito dalla Chiesa.

Pensavo quanto la figura materna sia importante per il bambino da un punto di vista bio-psicologico, , affettivo, fisiologico, educazionale ecc sino a una notevole età della vita umana.

Il punto al quale sto pensando però, riguarda il notevole attaccamento, quasi morboso di alcune donne e uomini che sembra che vivano la loro vita in funzione dei genitori  di origine, in particolare le mamme, e considerino il matrimonio o la vita insieme al partner, come in secondo o terzo o più piano. Si tratta di un rapporto adesivo, fusionale che suona come qualcosa in più che simbiotico: da un punto di vista pediatrico, all’inizio della vita normale la simbiosi madre-bambino è considerata normale, dalle quale simbiosi si dovrebbe guarire con il passare degli anni.

Non succede sempre di guarire, per esempio, qualche volta, alla base di certi litigi di coppia ci sono i genitori di origine. Nel teatro della coppia si capisce che uno dei punti si manifesta per entrambi nelle frasi: mia madre faceva questo e diceva quello, osservava quest’altro. Tutti questi atteggiamenti provocano sensazioni e vissuti di esclusione, competizioni, svalutazioni ecc e il rapporto insomma ne risulta penalizzato.

Ci sono, in altre parole, le mammone e i mammoni come si usa dire comunemente.

Le mamme fanno il loro mestiere, anche se sono iperprotettive, intrusive, ossessionanti, generano dipendenza, richieste alle figlie e ai figli adulti.
Sono i figli adulti che ormai debbono risolvere tale dipendenza dalle madri e padri anche se spesso tali fusionalità  sono state provocate dalle famiglia.  La vita adulta richiede programmi per il futuro che implicano investimenti sulla coppia adulta che dovrebbe il più possibile essere complice e propositiva. Molti figli più che adulti, specialmente maschi dichiarano di non poterne fare a meno di rimanere attaccati morbosamente alle mamme perché loro protestano e i figli si sentono in colpa se non dimostrano di placare le loro ansie. Non vorrei farlo, ma dopo sto in pensiero per mia madre se la deludo.

Che dire? Certo si può ben comprendere la difficoltà di autonomizzarsi dopo una vita adolescenziale o molto più trascorsa assieme. Molti si dicono di avere una vita autonoma, ma che non possono venir meno alle richieste seppur dovute all’ansia, della madre perché sono improrogabili.

Dubito di tale autonomia: mi sembra più che la persona mostri e si accontenti di una indipendenza pratica-concreta, ma interiormente, sospetto che la dipendenza dalla madre si manifesti in altri teatri della vita pratica come il matrimonio diventato noioso o vuoto, oppure la rabbia nell’ambiente di lavoro. E’ naturale che non desidero generalizzare, ma solo stimolarvi a pensare certe possibili dinamiche

UOMINI A “PROGETTO ZERO”

 

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di Marilena Facci

Ti seducono, ti fanno provare emozioni, ma non si vogliono impegnare. Donne che si innamorano, convinte di poterli gestire.

Ne esistono di due tipi: quelli espliciti nella difesa del loro disimpegno e quelli impliciti, che si defilano dai progetti di coppia senza però mai dichiarare veramente la loro non-intenzione. Di solito non prendono mai l’iniziativa per nuovi step relazionali; vivono bene e con entusiasmo nel “qui ed ora” del rapporto, ma si irrigidiscono o svicolano lì dove la partner spinge per un passaggio di livello.

Possono apparire fieri e “strafottenti” nel loro approccio relazionale, ma anche ambigui e subdoli nel rifiutare qualunque responsabilità.

Cosa spinge una donna a sperare anche quando si sente dire: “non ti innamorare”, “io non voglio una storia seria”, “non sono fatto per i legami”?
Una delle più potenti caratteristiche dell’animo femminile è “l’illusione sentimentale”, quella straordinaria capacità di idealizzare, romanzare e manipolare i dati di realtà a proprio vantaggio emotivo. Il no diventa forse, il forse diventa sì e il sì diventa assoluto. Con questo tipo di griglia interpretativa, capita sovente che, di fronte ad un uomo con scarsa propensione al legame, ci si incaponisca con un’idea che oscilla tra l’ ”io ti salverò” e “come me nessuna mai”. Entrambe pericolose, perché muovono ad un progetto sentimentale in cui la forza è data dal proprio impegno motivazionale e capacità persuasiva, piuttosto che dalla reale qualità relazionale. Insomma, anziché leggere i dati di reciprocità, attenzione e dedizione dell’altro, le donne che si ostinano in questi rapporti, finiscono per dare più importanza a quanto l’altro “vacilla” grazie alla loro tenacia.

Perché ci si innamora di un uomo così?
“In amor vince chi fugge” e il rincorrere l’altro attiva spesso l’adrenalina data dalla caccia (che vale per entrambi i sessi!), in cui più è rara o difficile la preda maggiore è il livello di eccitazione e gratificazione nel raggiungimento dello scopo. L’altro diventa “speciale”, proprio in quanto inafferrabile e irraggiungibile. E tutti gli stati d’animo che la conquista comporta, anche se per lo più sono ansiogeni e destabilizzanti, vincono sulla quiete e sulla serenità di una relazione più lineare, perché fanno sentire più vivi.

E perché alcune donne ci ricascano? Che tipo di donna è quella che vuole un potenziale partner di questo tipo?

Dipende, perché un conto è avere un “curriculum sentimentale” con tutti uomini a “progetto zero”, altro è esserci incappate raramente. Nel primo caso è plausibile che ci sia una scelta inconscia, dove il “capitano tutti a me” diviene uno scudo funzionale al non mettersi mai in gioco e ad usare un alibi potente dietro cui nascondere le proprie paure, insicurezze o motivazioni di cui non ci si assume la responsabilità. Nel secondo caso, invece, ci si è solo innamorate dell’uomo sbagliato e la durata della storia dipenderà da quanto si è centrate su di sé e su quello che si sente di meritare e volere da un rapporto, piuttosto che da una, spesso sterile, sfida con se stesse sulla propria capacità di conquista.

Quindi forse non ci si vuole impegnare in fondo?
Spesso, psicologicamente, per le donne che hanno paura di lasciarsi andare, ma soprattutto che hanno forte dentro di sé il fantasma dell’abbandono, gli uomini a “progetto zero” appaiono una tentata soluzione molto efficace. Nel senso che il livello di sofferenza che può generare un rapporto così instabile, è comunque più gestibile del terrore che può causare l’idea di un abbandono dopo un reale investimento. Lasciarsi coinvolgere da un uomo che non vuole vincoli, è come coinvolgersi a tempo, un tempo definito in cui interiormente si è perfettamente consapevoli che la storia finirà ed è questo il dato di “controllo emotivo”. Il “per sempre”, tanto ambito, diviene spesso il reale elemento che terrorizza, perché, se ci si crede per davvero e si viene poi deluse, si ha come la sensazione di “sgretolarsi” intimamente.

Cosa si prova ad avere a che fare con un uomo a progetto zero?
Spesso una grande frustrazione condita con alcuni picchi di entusiasmo, dovuti, magari, ai rari accenni di disponibilità, che aprono un varco di illusione o speranza che si può ancora “vincere” la partita. È chiaro che lo stato emotivo di base sarà fatto di poca serenità e di un continuo stato di allerta su cosa fare, come rispondere e quali nuove mosse o strategie sperimentare per tenere a sé l’altro.

I rischi che si corrono quali sono? Fare tutto da sole?
Quello più frequente è di rimanere bloccate e imbrigliate dentro questo coinvolgimento sentimentale, in cui tutto ciò che è al di fuori viene annullato, trascurato, in nome di un’assoluta focalizzazione di energia sulla “storia-non storia”. Maggiore quindi sarà il deserto affettivo, amicale, relazionale, che ci si è costruite attorno, più difficile sarà recuperare pezzi di sé e riprendersi dopo l’inevitabile fine della relazione.

Una volta deciso di viversi storie così, qual è il modo più sano per gestirle?
La migliore strategia di sopravvivenza è quella di costringersi a modulare l’investimento, nel senso di mantenere una parte del proprio spazio da dedicare agli amici, ai proprio interessi e se stesse. Tenere, infatti, aperta una finestra sul mondo, aiuterà a fare meglio dei bilanci, a valutare la situazione con più maturità e soprattutto a non farsi fagocitare dal vortice oscuro del rapporto. Può essere utile, inoltre, fare una lista concreta dei benefici e delle frustrazioni quotidiane che l’altro ci procura, così da rimanere meglio in contatto con la specificità reale di questa relazione, ma soprattutto per non perdere mai troppo la centratura con i propri bisogni e con le proprie emozioni.