UOMINI A “PROGETTO ZERO”

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di Marilena Facci

Ti seducono, ti fanno provare emozioni, ma non si vogliono impegnare. Donne che si innamorano, convinte di poterli gestire.

Ne esistono di due tipi: quelli espliciti nella difesa del loro disimpegno e quelli impliciti, che si defilano dai progetti di coppia senza però mai dichiarare veramente la loro non-intenzione. Di solito non prendono mai l’iniziativa per nuovi step relazionali; vivono bene e con entusiasmo nel “qui ed ora” del rapporto, ma si irrigidiscono o svicolano lì dove la partner spinge per un passaggio di livello.

Possono apparire fieri e “strafottenti” nel loro approccio relazionale, ma anche ambigui e subdoli nel rifiutare qualunque responsabilità.

Cosa spinge una donna a sperare anche quando si sente dire: “non ti innamorare”, “io non voglio una storia seria”, “non sono fatto per i legami”?
Una delle più potenti caratteristiche dell’animo femminile è “l’illusione sentimentale”, quella straordinaria capacità di idealizzare, romanzare e manipolare i dati di realtà a proprio vantaggio emotivo. Il no diventa forse, il forse diventa sì e il sì diventa assoluto. Con questo tipo di griglia interpretativa, capita sovente che, di fronte ad un uomo con scarsa propensione al legame, ci si incaponisca con un’idea che oscilla tra l’ ”io ti salverò” e “come me nessuna mai”. Entrambe pericolose, perché muovono ad un progetto sentimentale in cui la forza è data dal proprio impegno motivazionale e capacità persuasiva, piuttosto che dalla reale qualità relazionale. Insomma, anziché leggere i dati di reciprocità, attenzione e dedizione dell’altro, le donne che si ostinano in questi rapporti, finiscono per dare più importanza a quanto l’altro “vacilla” grazie alla loro tenacia.

Perché ci si innamora di un uomo così?
“In amor vince chi fugge” e il rincorrere l’altro attiva spesso l’adrenalina data dalla caccia (che vale per entrambi i sessi!), in cui più è rara o difficile la preda maggiore è il livello di eccitazione e gratificazione nel raggiungimento dello scopo. L’altro diventa “speciale”, proprio in quanto inafferrabile e irraggiungibile. E tutti gli stati d’animo che la conquista comporta, anche se per lo più sono ansiogeni e destabilizzanti, vincono sulla quiete e sulla serenità di una relazione più lineare, perché fanno sentire più vivi.

E perché alcune donne ci ricascano? Che tipo di donna è quella che vuole un potenziale partner di questo tipo?

Dipende, perché un conto è avere un “curriculum sentimentale” con tutti uomini a “progetto zero”, altro è esserci incappate raramente. Nel primo caso è plausibile che ci sia una scelta inconscia, dove il “capitano tutti a me” diviene uno scudo funzionale al non mettersi mai in gioco e ad usare un alibi potente dietro cui nascondere le proprie paure, insicurezze o motivazioni di cui non ci si assume la responsabilità. Nel secondo caso, invece, ci si è solo innamorate dell’uomo sbagliato e la durata della storia dipenderà da quanto si è centrate su di sé e su quello che si sente di meritare e volere da un rapporto, piuttosto che da una, spesso sterile, sfida con se stesse sulla propria capacità di conquista.

Quindi forse non ci si vuole impegnare in fondo?
Spesso, psicologicamente, per le donne che hanno paura di lasciarsi andare, ma soprattutto che hanno forte dentro di sé il fantasma dell’abbandono, gli uomini a “progetto zero” appaiono una tentata soluzione molto efficace. Nel senso che il livello di sofferenza che può generare un rapporto così instabile, è comunque più gestibile del terrore che può causare l’idea di un abbandono dopo un reale investimento. Lasciarsi coinvolgere da un uomo che non vuole vincoli, è come coinvolgersi a tempo, un tempo definito in cui interiormente si è perfettamente consapevoli che la storia finirà ed è questo il dato di “controllo emotivo”. Il “per sempre”, tanto ambito, diviene spesso il reale elemento che terrorizza, perché, se ci si crede per davvero e si viene poi deluse, si ha come la sensazione di “sgretolarsi” intimamente.

Cosa si prova ad avere a che fare con un uomo a progetto zero?
Spesso una grande frustrazione condita con alcuni picchi di entusiasmo, dovuti, magari, ai rari accenni di disponibilità, che aprono un varco di illusione o speranza che si può ancora “vincere” la partita. È chiaro che lo stato emotivo di base sarà fatto di poca serenità e di un continuo stato di allerta su cosa fare, come rispondere e quali nuove mosse o strategie sperimentare per tenere a sé l’altro.

I rischi che si corrono quali sono? Fare tutto da sole?
Quello più frequente è di rimanere bloccate e imbrigliate dentro questo coinvolgimento sentimentale, in cui tutto ciò che è al di fuori viene annullato, trascurato, in nome di un’assoluta focalizzazione di energia sulla “storia-non storia”. Maggiore quindi sarà il deserto affettivo, amicale, relazionale, che ci si è costruite attorno, più difficile sarà recuperare pezzi di sé e riprendersi dopo l’inevitabile fine della relazione.

Una volta deciso di viversi storie così, qual è il modo più sano per gestirle?
La migliore strategia di sopravvivenza è quella di costringersi a modulare l’investimento, nel senso di mantenere una parte del proprio spazio da dedicare agli amici, ai proprio interessi e se stesse. Tenere, infatti, aperta una finestra sul mondo, aiuterà a fare meglio dei bilanci, a valutare la situazione con più maturità e soprattutto a non farsi fagocitare dal vortice oscuro del rapporto. Può essere utile, inoltre, fare una lista concreta dei benefici e delle frustrazioni quotidiane che l’altro ci procura, così da rimanere meglio in contatto con la specificità reale di questa relazione, ma soprattutto per non perdere mai troppo la centratura con i propri bisogni e con le proprie emozioni.

 

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